Fabrizio Corona: “In carcere mi dissero: qui sei come un morto!”

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Il 25 gennaio sarà passato un anno da quando il re dei paparazzi Fabrizio Corona è stato condannato a sette anni di prigione, poi aumentati a 13. Adesso, a pochi giorni dall’uscita del suo libro Mea culpa, racconta: “Tre cose mi hanno fatto passare molte notti insonni: la paura della malattia, lo smantellamento di tutto quello che avevo creato fuori e la decadenza fisica dovuta al carcere. Quando si decide di vivere una vita spericolata, si riesce ad ottenere facilmente ciò che hai sempre desiderato, sei drogato di adrenalina e non ascolti nessuno perché metti sempre te stesso davanti a tutto, prima o poi cadi”. Fabrizio è caduto a Busto Arsizio, ma cerca di metter su un progetto per raccogliere fondi per la struttura apprezzato dal direttore e dagli educatori, ma che non va in porto. Anzi, viene trasportato nel carcere di massima sicurezza di Opera: “Mi rendo conto che la mia detenzione inizia in quel momento: mi aspetta il carcere duro”. Dopo aver raccontato il suo impatto con la nuova cella, il pianto attaccato alle sbarre, lo spostamento in una nuova cella e aver presentato il suo compagno di cella Pietro, racconta: “Le giornate passano metodiche: sveglia alle 7.15, entro le 7.30 devi aver fatto colazione. Il pranzo (12.30) e la cena (7 di sera) devono seguire delle regole: prima di mangiare, coi bicchieri pieni d’acqua, ci si guarda negli occhi e si dice “buon appetito”. Ci si alza solo dopo aver finito entrambi e aver detto “buona digestione”. Vietato stare a torso nudo o in mutande, anche ad agosto. Poi, è arrivata “la mia salvezza”, Emiliano il pazzo. I detenuti fanno la fila per venire da noi e tirarsi su col morale”. Ma a Corona sono arrivati anche tanti “no”: “Mi è stato impedito di fare parte di un gruppo, di una commissione, di prendere integratori, persino di prendere parte al teatro della struttura. E soprattutto la cosa più pura e onesta che ci potesse essere”, scrive, riferendosi alla possibilità di incontrare suo figlio Carlos. “Faccia conto che lei è morto. Per 11 anni non può avere contatti con l’esterno e deve morire anche il suo personaggio” gli hanno detto. Lui, però, non si arrende, e scrive al figlio: “Tu meriti un papà che venga riconosciuto per le sue virtù. Mi basta vivere quest’esperienza per dimostrarti che c’è sempre tempo per cambiare e capire. Anche nelle circostante più brutte, quando la vita ti toglie tutto, ti puoi rialzare e imparare, diventare una persona migliore. Non per me stesso, non per gli altri, ma per te, Carlos”.

Fonte: Gente

 

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